Il diavolo veste Prada 2 come immagine di 20 anni di crisi dell’editoria

A quasi vent’anni dall’uscita del primo film, Il diavolo veste Prada 2 riporta sul grande schermo uno dei personaggi più iconici della cultura pop contemporanea: Miranda Priestly. Ma il vero interesse del sequel non risiede soltanto nel ritorno di una protagonista amata dal pubblico. Il film arriva infatti in un momento storico in cui il mondo che aveva reso possibile il successo della prima pellicola è profondamente cambiato.

Nel 2006, anno di uscita del primo film, le grandi riviste di moda rappresentavano ancora uno dei principali centri di produzione culturale. Oggi, invece, il settore deve confrontarsi con una crisi che non riguarda soltanto i bilanci o le vendite, ma il ruolo stesso dell’editoria nella società contemporanea.

Quando le riviste decidevano cosa fosse importante.

Per comprendere la portata di questo cambiamento bisogna tornare agli anni in cui il primo Il diavolo veste Prada conquistò il pubblico. Riviste come Vogue, Elle e Harper’s Bazaar non erano semplicemente pubblicazioni dedicate alla moda. Erano vere e proprie istituzioni culturali. Le loro copertine contribuivano a definire le tendenze, influenzavano il mercato e determinavano quali stilisti, modelle o fotografi avrebbero ottenuto visibilità internazionale.

Il personaggio di Miranda Priestly, ispirato alla figura della storica direttrice di Vogue Anna Wintour, rappresentava proprio questa forma di potere. Una delle frasi più celebri del film, “Tutti vogliono essere noi”, sintetizzava perfettamente il prestigio attribuito alle grandi redazioni dell’epoca. La moda non passava attraverso i social network o le piattaforme digitali. Passava attraverso le riviste.

La crisi dell’editoria di moda

Negli ultimi vent’anni, però, il settore ha subito una trasformazione radicale. La diffusione di internet e dei social media ha modificato il modo in cui le persone consumano informazioni e contenuti. Le nuove generazioni non attendono più l’uscita di un numero mensile per scoprire le tendenze della stagione: basta aprire Instagram, TikTok o YouTube.

Di conseguenza, molte riviste hanno registrato una diminuzione delle vendite e degli introiti pubblicitari, tradizionalmente una delle principali fonti di sostentamento economico del settore. Diverse testate hanno dovuto ripensare il proprio modello editoriale, investendo maggiormente nei contenuti digitali e nella presenza online. Tuttavia, la crisi dell’editoria di moda non è soltanto economica. È soprattutto una crisi di centralità.

Per decenni le riviste hanno svolto il ruolo di filtro culturale: selezionavano contenuti, interpretavano fenomeni e contribuivano a stabilire ciò che meritava attenzione. Oggi questo ruolo è condiviso con una molteplicità di soggetti diversi. Dagli editor agli influencer.

Se nel mondo raccontato da Il diavolo veste Prada il potere era concentrato nelle mani di direttori editoriali e giornalisti specializzati, oggi gran parte dell’influenza è passata agli influencer e ai creator digitali.

Le tendenze possono nascere da un video pubblicato su TikTok e raggiungere milioni di persone in poche ore. La velocità della comunicazione ha trasformato profondamente il settore, rendendo più difficile per le riviste mantenere il ruolo dominante che avevano in passato. In questo nuovo scenario, anche il concetto di autorevolezza è cambiato. Il pubblico non si affida più esclusivamente alle grandi testate, ma costruisce il proprio rapporto con la moda attraverso fonti diverse, spesso molto lontane dai tradizionali canali editoriali.

Perché il sequel parla anche del presente

Proprio per questo motivo Il diavolo veste Prada 2 assume un significato che va oltre il semplice intrattenimento. Il film mette in scena il confronto tra due epoche: quella in cui l’editoria di moda rappresentava il centro della conversazione culturale e quella attuale, caratterizzata da una comunicazione più frammentata e decentralizzata.

Guardare oggi Miranda Priestly significa osservare una figura che appartiene a un mondo ancora influente nell’immaginario collettivo, ma molto diverso da quello contemporaneo. Il fascino del personaggio nasce forse proprio da questa contraddizione. Il successo del sequel suggerisce che continuiamo a essere attratti da figure capaci di orientare il gusto e interpretare la realtà. Eppure, nell’era degli algoritmi e dei social network, individuare chi esercita davvero questo potere è sempre più difficile.

Forse la vera domanda che Il diavolo veste Prada 2 pone agli spettatori non riguarda la moda, ma l’informazione: in un mondo in cui tutti possono comunicare, chi decide ancora cosa merita la nostra attenzione?